Home Page

Larocco

Larocco e la spuza

Chi fosse lo sapevano tutti: era Larocco, lercio e scempiato, e pure muto, si pensava. Ma nessuno avrebbe saputo dire come né quando si fosse stabilito lì.
Non figurava nei ruoli degli operai comunali e neppure uno degli allevatori lo considerava un proprio dipendente, ma di fatto lui stava lì, al mattatoio. Con un mozzicone di sigaro tra le labbra, sguardo a terra, spalle e testa coperte da una lercia tela di sacco, nella baraonda di uomini, carri e animali atterriti dal sentore della fine, si muoveva silenzioso come un’ombra sfuggente, persa in un mondo privo di pensieri, eppure sempre pronta a lavorare.

Senza bisogno di comandi, Larocco riparava ogni cosa, trasportava quarti di bue, attingeva secchi e secchi d’acqua dal pozzo per lavare i comodi, come allora si chiamavano i cessi, e per cancellare le tracce del fiume rosso che ogni giorno tingeva il selciato del cortile.
Ed era capace di ammazzare con l’abilità che neppure il Padreterno, in special modo i maiali. Se poteva capitare che un manzo particolarmente robusto, resistendo al primo colpo del suo maglio, finisse in un’agonia di strazianti muggiti, coi maiali non c’erano problemi: Larocco era infallibile, una stilettata secca, dalla gola al cuore, e il porco rendeva l’anima senza un lamento.
Quindi dava una mano a squartare, a sbudellare, ad ammassare le pelli da conciare. E poi, ancora, era l’unico ad offrirsi per ripescare dai fossi di scolo quel misto immondo di sozzure destinato a diventare concime.

Faceva di tutto, indifferente agli altri ma infaticabile, come le bestie che solo lui era capace di placare, con strani versi che chissà come le inducevano ad entrare senza strepito, si sarebbe detto con fiducia, nella sala di macellazione. Tanta era l’agilità con cui si muoveva in quell’ambiente, che di fatto ne era diventato il sorvegliante. Non se ne spostava mai, neppure di notte, quando i due o tre derelitti che guadagnavano la giornata come lui se ne andavano a cercare riparo ovunque, purché fosse lontano da quel luogo di morte. Larocco, anche d’inverno, coperto da pelli malconce e puzzolenti, ma calde abbastanza da confortare il sonno, riposava sotto la tettoia al riparo dal maestrale, a guardia del bestiame che attendeva di venir sacrificato al levar del sole.
Faceva di tutto senza che a nessuno venisse in mente di ripagarlo con moneta sonante e senza che a lui stesso venisse in mente di chiederne.

Al suo animo – perché un animo ce l’aveva, anche se abitato da sentimenti informi, da impulsi sfocati, e ben nascosto agli altri dalla cortina del silenzio – al suo animo dunque sembrava già molto che a fine giornata gli si desse un pezzo di fegato, un rognone o due palmi di longus, quelle budella che, a vederle ancora piene di escrementi caldi, facevano un po’ schifo, ma che dopo una sciacquata diventavano bianche e succulente, col grasso giallo che sul fuoco faceva faville.

- Acciappa, Larocco, - dicevano gli allevatori lanciandogli il cibo, col tono del padrone che premia il cane. E lui, senza badare ai modi, con la destrezza di un cane lo afferrava al volo e soddisfatto andava a cucinarlo nella pelandra, seduto contro il muro annerito dalle braci sempre accese, pronte per bruciare le setole dei porci macellati. Oppure lo scambiava con del tabacco, o con qualche frutto, ma soprattutto col pane duro dell’ortolano che coltivava il campo sull’altro lato della strada. Gli piaceva proprio quel pane e, visto che per averlo doveva privarsi del companatico, lo insaporiva sfregandolo dietro le orecchie del primo maiale che gli si avvicinava grufolando.
 
Ci stava da re, lì dentro, come certo non sperava quando c’era entrato la prima volta. Quel giorno vagava senza meta, come era solito fare dopo l’inondazione che anni prima si era portata via la sua baracca con i suoi porci e con suo padre dentro, e ad un tratto si era ritrovato nella via per Quartucciu, a fissare incantato i suoi deboli occhi su una costruzione diversa dalle altre del paese. Quelle erano tutte uguali, cinte da un alto muro disadorno, mentre questa aveva la facciata intonacata con un bel colore di pesca matura, in cui non si apriva il solito portone in legno, ma ben tre cancelli in ferro ritorto che pareva un ricamo e alcune finestre, culminanti in uno strano arco appuntito, quasi un motivo di mani giunte. Aveva pensato fosse una chiesa. Ma poi ci aveva visto dentro i carri stipati di animali, aveva udito i loro strepiti di terrore, un linguaggio che conosceva bene, e aveva capito che in quella chiesa c’era posto anche per lui. Così ci si era sistemato, e ci stava proprio da re, in barba al sindaco che tempo prima aveva ordinato ai facchini come lui di togliersi dai piedi, ma poi, graziadio, si era dimenticato di controllare se avessero obbedito.

Purtroppo, però, a dimostrazione del fatto che un cristiano non deve mai illudersi di poter vivere in pace, a quel punto un fulmine gli si abbatté addosso, sotto forma di lettera anonima. Proprio quando si era convinto che gli altri non lo vedessero finché lui non guardava loro, si rese conto che a qualcuno la vista restava acuta, tanto da notare ogni suo difetto e segnalarlo alle autorità perché lo cacciassero, esattamente come gli era successo nell’infanzia, col prete che l’aveva allontanato dalle lezioni di dottrina e col maestro che l’aveva espulso dalla scuola, dopo appena due giorni, su richiesta dei genitori degli altri ragazzi.

Forse erano ancora loro a perseguitarlo, visto che conoscevano il suo nome di bambino, quello che aveva prima che qualcuno gli affibbiasse il soprannome attuale, ma stavolta non si erano scoperti e, senza firmarla, avevano indirizzato al “Preggiatissimo Dottor Vetterinajo Sig. Rosas” la missiva datata Quartu S. Elena, 30 aprile 1906, che diceva: “I Quartesi tutti vengono lagnarsi verso la S.V. contro il fachino Mucelli Vincenzo detto Larocco, che sicome questo giovine è ammalato agli occhi, sporco, prende tabacco e sucido in ogni modo. Abiamo osservato che al Mucelli discende il moccio dal naso, si pulisce gli occhi della cispa ed altro, e va palpando la carne quando l’introduce nei banchi, onde la carne noi mangiamo, sapiamo bene pur troppo che la malatia degli ochi è attacatrice, e la cispa è schivosa, e a ogniuno fa impressione palpare la carne con le mani mentre pulisce dei comodi e palpa ogni spuza; il Mucelli non meriterebbe far quel servizio di trasportare la carne esendo attacato a quella malattia e palpa ogni spuza per non vedere, e nemeno l’asciarlo entrare nel Macello, come dal Sig. Sindaco fù proibito. Speriamo che il Sig. Dott. Rosas vorrà ordinare non la traduzione osia trasporto della carne al Mucelli ed ordinarne un altro mentre il Mucelli si occupa fare delle musaruole, pulire dei comodi, acomoda paraochi e altro.

La poppolazione quartese prega di eseguire di quanto ha spiegato per sanità pubblica della poppolazione. Fiduciosi intanto speriamo grazia. I di Lei affezionatissimi servi, i Quartesi. ”

Lui “spuzava”, e ai quartesi andava bene il fetore delle bestie, ma la “spuza” di Larocco no.
Più o meno con queste parole, papali papali, il veterinario gli aveva esposto i fatti. Ma il suo tono era pieno di amarezza, di vergogna, perché succede che anche tra le autorità ci siano delle brave persone, con cuore, carità cristiana e tutto quanto. Gli aveva parlato senza aspettarsi risposta, col capo chino, rivolgendosi più che altro a se stesso e al gruppo che gli si era fatto intorno, perché come tutti era convinto che lui non udisse, o non capisse.

E invece Larocco udiva e capiva, e infine parlò. In parte, e a modo suo, riuscì persino a farlo nella lingua dei signori, senza alcun timore e allo stesso tempo con l’umiltà di chi pensa di non aver alcun diritto, ma ci prova ugualmente.

- Chiero pedròno a vissinniorìa, – esordì.
- Ma tu parli! – quasi urlò il dottor Rosas, e simili esclamazioni provennero dai presenti, tra cui c’era pure il sindaco, che intanto era sopraggiunto per risolvere di persona la questione.
- Sissinniòrisi, e si chiero una cosa: siccome che non varo bene pe la carne ... magari varo bene pe l’aliga, che spuza come me. Datemi su burrichedd’e s’aliga ... Basti che mi lasciate nel macello e si faccio Quartu limpia come il fiore ...
- La nettezza urbana ... che ne dite? - chiese il veterinario al primo cittadino che taceva pensoso. - Può essere un’idea, – rispose quello, - Larocco sembra fatto apposta per occuparsi delle immondizie e vedremo chi oserà protestare ...
Così, seduta stante, gli affidò asino e carro dell’immondezza, e, sull’onda del plauso manifestato dalla corte che lo circondava, aggiunse che poteva anche continuare a vivere nel mattatoio, dove sembrava trovarsi tanto bene. E in sovrappiù - essendo la generosità un impulso che quando gli si dà la stura ci fa sentire dei campioni e allora ci si prende gusto ed è difficile fermarsi, soprattutto se il bene che si elargisce non proviene dalle nostre tasche – in sovrappiù si impegnò ad assumerlo con regolare stipendio.
- Alla faccia di chi ti vuol male ... – concluse con un entusiasmo che a momenti sembrava il re delle fiabe, pronto a dargli in sposa sua figlia.
A quelle parole, poiché ciò che avevano scritto gli anonimi circa la puzza del povero facchino in fondo corrispondeva al vero, per quanto commossi i presenti non si azzardarono ad abbracciare Larocco, ma gli tributarono un applauso, e con esso l’attimo più esaltate della sua vita. Quindi ognuno tornò ai propri affari, più che mai convinto dell’inoppugnabilità del fatto che Gesugristu “serrat una porta e nd’operit un’atra”, perché, nella Sua infinita bontà, “non tenit fillus de abbandonai”. A noi resta da capire perché si diverta tanto a spaventarli.

Ora, se vi dico che chi ha narrato sinora è l’archivista, capirete subito che ha trovato la lettera anonima tra gli atti storici del nostro comune, ma vi resterà la curiosità di sapere come abbia fatto a conoscere il resto della storia. Bene, so che ve ne stupirete, ma dovete credermi: agli archivisti succede spesso di ricevere nottetempo la visita delle ombre che popolano le loro carte e che raccontano, raccontano ...
Anna Castellino

Documenti Allegati

Approfondimenti

powered by bizConsulting S.r.l.